La sindrome del leone da salotto – pretendere tutto spegne la felicità

“Dottoressa spesso mi dicono: – hai tutto, cosa ti manca? Una bella casa, un compagno che ti vuole bene, un lavoro. Di che ti lamenti?– Eppure mi sento vuota, non provo più entusiasmo per niente.”
Quando mi trovo di fronte a questa nebbia emotiva, non vado subito a cercare un grande trauma. Spesso la risposta è molto più vicina alla biologia che alla sfortuna. Per spiegare alla sua mente cosa sta succedendo, le chiedo di immaginare un gatto domestico o un leone allo zoo.

La gabbia invisibile delle nostre pretese.

Pensaci un attimo, un leone in un bioparco ha la ciotola sempre piena, zero predatori e una cuccia bella calda, non deve fare neanche un passo per sopravvivere eppure, se guardi i suoi occhi attraverso il vetro, vedrai una scintilla spenta. Passa le giornate a fissare il vuoto e a camminare avanti e indietro lungo la recinsione.
Un leone della savana invece deve correre per ore, rischiare, fallire e faticare anche solo per un pasto, ma il suo cervello è acceso, vibrante, vivo! E tu penserai… cosa c’entra questo con le nostre giornate? C’entra! Perché senza accorgercene applichiamo alla nostra vita la formula del “tutto dovuto”.

Pretendiamo che il partner indovini i nostri bisogni, senza prenderci la briga di chiedere.
Pretendiamo che il lavoro ci gratifichi, senza attraversare la noia o lo sforzo dell’impegno.
Ci convinciamo che il mondo ci debba qualcosa.
In quel preciso istante stiamo costruendo la nostra gabbia dello zoo. Stiamo inviando un segnale preciso alla nostra mente: la ciotola deve riempirsi da sola.

Ti svelo un segreto.

Il nostro cervello è un organo antico, programmato per la savana, non certo per il salotto. Funziona secondo regole biologiche che spesso ignoriamo; per esempio la molecola del piacere e dell’entusiasmo non viene prodotta quando riceviamo qualcosa, ma viene rilasciata nello spazio di tempo tra, nel mentre, tra il desiderio e lo sforzo per ottenerlo. È l’inseguimento che accende il cervello, non la cattura. Se elimini lo sforzo e l’attesa, perché ti convinci che tutto sia dovuto, spegni letteralmente l’interruttore che accende la fabbrica chimica della felicità. La pretesa uccide la sorpresa. Se tutto ti spetta, niente ti stupisce e se niente ti stupisce più, la realtà sbiadirà senza più colore e assumerà toni alquanto noiosi.

Riprendersi la savana

La formula del tutto dovuto non è sbagliata di per sé, per una questione di buona educazione o di morale. È sbagliata perché è un pessimo affare verso noi stessi. Ci trasforma in spettatori passivi, sazi, ma profondamente infelici della nostra stessa esistenza.

Dove va a finire l’unico potere che abbiamo? Quello su di noi e le scelte che possiamo compiere?
Azzerarlo vuol dire diventare invisibili ai nostri bisogni.
Silenziarlo vuol dire non avere più voce in capitolo nella nostra vita.

Uscire dal meccanismo della pretesa non significa fare sacrifici per un senso del dovere, significa farlo per un sano egoismo vitale. Significa accettare il rischio di fare il primo passo, di chiedere scusa, di faticare per un progetto, di rimettersi in cammino, per il valore di un abbraccio, di una parola d’amore, di un complimento, di un traguardo. Non sta nel fatto che lo meritavi di diritto. Sta nel ponte che hai dovuto accettare di costruire per arrivarci.

Le illustrazioni sono di Alev.Neto.

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